giovedì 20 aprile 2017

Non tutti i lavori sono «umani, né sono degni. Lo sono solo quando il lavoro è vocazione e rispetta la dignità della persona che non può essere usata come cosa o come merce». È quanto rimarcano le Linee di preparazione alla quarantottesima settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà a Cagliari, dal 26 al 29 ottobre prossimi, sul tema «Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale».Nel documento diffuso recentemente dalla Conferenza episcopale italiana, il Comitato scientifico e organizzatore mette in evidenza «alcune criticità della situazione italiana», a partire dal «gravissimo problema della disoccupazione giovanile» — che coinvolge 3 milioni di giovani, «poco meno del 40 per cento del totale», mentre 1,5 milioni sono i cosiddetti neet, giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non si formano e non lavorano — cui si aggiunge il «secondo lato oscuro della condizione giovanile» costituito dal «lavoro precario, prestato irregolarmente», e quindi «non protetto, non sicuro e non retribuito». E, a tal riguardo, viene ricordato, «una gravità particolare riveste la situazione del mezzogiorno».
Altro fronte è «la preoccupante estensione dell’area della povertà associata alla forte crisi occupazionale», con il raddoppio in pochi anni di quanti vivono in povertà assoluta, «emergenza nazionale che non può più essere trascurata». Terza «dimensione problematica» è quella che coinvolge «il lavoro femminile e le sue implicazioni sulla vita familiare», con una disoccupazione più alta della media, salari «sensibilmente più bassi» rispetto a quelli degli uomini e un numero di figli pro capite «tra i più bassi in Europa». Inoltre, la «distanza tra il sistema scolastico e il mondo del lavoro», con un paese intrappolato «in uno schematismo che, separando rigidamente il momento formativo da quello lavorativo, comporta un divario tra la domanda di competenze delle imprese e i profili in uscita da scuole e università».
Tuttavia, la prossima settimana sociale «non vuole parlare di numeri, ma di persone, di vite concrete, di speranze e delusioni, di dignità e solidarietà». In questo senso nelle linee di preparazione vengono ripresi quattro “registri comunicativi” già presentati nel precedente documento, la “Lettera d’invito” del novembre scorso: denuncia, ascolto e narrazione, buone pratiche, proposta. «L’appuntamento di Cagliari vuole diventare l’occasione per raccogliere e portare a frutto quanto le diverse comunità saranno state capaci di elaborare e proporre», ribadisce il documento, chiedendo che i delegati designati dalle singole diocesi — tre o cinque in base all’ampiezza di ciascuna — siano «dei veri e propri attivatori territoriali, agenti motivati e preparati, dediti, con passione e intelligenza, a una missione che non finisce». L’obiettivo è «creare una rete di persone competenti e consapevoli, capaci di essere lievito delle nostre comunità rispetto al tema del lavoro. Prima, ma soprattutto dopo, l’appuntamento di Cagliari». In tale prospettiva, quello di ottobre non intende essere un convegno come tanti, bensì «in coerenza con lo spirito delle Settimane e con il ruolo di servizio al paese che esse possono giocare nella contemporaneità, questa Settimana sociale — si legge nel documento — costituirà una tappa di un percorso, già cominciato nei mesi precedenti e destinato a continuare. Vogliamo stare vicino a quanti soffrono per aver perso il lavoro o perché non riescono a trovarlo. Ma vogliamo anche e soprattutto cercare soluzioni e avanzare proposte per il mondo del lavoro». L’obiettivo, «seguendo l’indicazione di Papa Francesco», è quello di «aprire processi che impegnino le comunità cristiane e la società italiana a rimettere il lavoro al centro delle nostre preoccupazioni quotidiane».
Grande spazio verrà dato anche alle trasformazioni tecnologiche. «Come in tutti i cambiamenti epocali, anche al tempo dell’industria 4.0 — viene rilevato — è compito della cultura e delle forze sociali trovare forme di tutela efficaci per il “lavoro degno”». Secondo il documento, dunque, «l’innovazione tecnologica può aiutare a risolvere o mitigare i conflitti tra lavoro e ambiente nella cura della casa comune». Ma «per gestire queste nuove forme di lavoro sarà necessario, per il lavoratore, avere un equilibrio umano e spirituale solido. Il far coincidere in una casa o in un appartamento il luogo del lavoro, gli equilibri relazionali, affettivi e familiari potrebbe essere un fattore di crisi. Allo stesso modo, una disordinata gestione del tempo potrebbe appiattire sul lavoro anche quei momenti di riposo mentale, di gratuità e di lucidità di cui la vita ha bisogno». Allora, «per la Chiesa, il lavoro 4.0 va considerato con grande attenzione, senza mai ridurlo esclusivamente alle logiche economicistiche».
L'Osservatore Romano, 20-21 aprile 2017.