martedì 13 marzo 2018

L'Osservatore Romano
Fa «intravedere l’attualità di pensiero e di azione» del Papa «che al poverello di Assisi è legato in modo del tutto speciale» il libro Francesco il ribelle (Milano, Mondadori, 2018, pagine 136, euro 16,50), curato dal frate minore conventuale Enzo Fortunato. Se ne è detto convinto l’arcivescovo Angelo Becciu, presentandolo all’istituto Sturzo nel pomeriggio di martedì 13 marzo, giorno dell’anniversario dell’elezione di Bergoglio al soglio pontificio.
Alla presentazione — moderata dal giornalista Gianni Cardinale e organizzata da Giovane europa, l’associazione presieduta da Angelo Chiorazzo, che ha introdotto gli interventi — hanno partecipato l’autore e il direttore dell’Espresso, Marco Damilano. Il sostituto della Segreteria di Stato ha evidenziato come il Pontefice dia «continuamente testimonianza» di questo legame con il serafico padre «con le parole e con le opere, fin da quando con sorpresa generale assunse il nome di Francesco. Tante volte poi il Santo Padre ha citato san Francesco d’Assisi: nei suoi discorsi, nelle sue omelie, nei suoi messaggi, nei documenti, nelle interviste, negli incontri, nelle udienze e all’Angelus della domenica». Del resto, ha aggiunto, «il suo riferirsi spesso a san Francesco, il suo ricordarsi dei poveri, dei deboli e dei malati in ogni circostanza, in ogni situazione, evento, viaggio, il suo gettare ponti a tutti gli uomini di buona volontà credenti e non, per un dialogo costruttivo per edificare la pace, dimostrano che la sua vita e il suo magistero si ispirano agli insegnamenti del poverello».
E riguardo a quest’ultimo monsignor Becciu ha spiegato il perché «non si può rimanere indifferenti davanti alla figura di san Francesco di Assisi» visto che la sua «storia continua ad affascinare ancora oggi dopo quasi otto secoli dalla morte», trattandosi di una vicenda «accattivante non solo per quanti sono avanti negli anni e sono nella condizione di meglio comprendere il vissuto umano, ma anche e soprattutto, per tanti giovani che scorgono» in lui «un esempio di libertà interiore alla quale aspirano, e anche un modello a cui riferirsi per vivere la propria esperienza religiosa».
Dopo aver ringraziato padre Fortunato che con «il suo stile aiuta ad amare il personaggio descritto», il sostituto si è addentrato nelle pagine del volume per cercarvi «prove che confermino quanto annunciato dal titolo: Francesco il ribelle. Che senso ha avuto e ha oggi questa qualifica applicata a san Francesco?» si è chiesto. E l’articolata risposta è stata anzitutto che «secondo le categorie comuni il ribelle è un eterno arrabbiato contro tutto e tutti, disposto molte volte a distruggere in maniera violenta quanto e quanti si oppongono ai suoi piani»: e purtroppo «la storia è costellata di tali scellerati esempi». Al contrario però, ha fatto notare, «la ribellione di Francesco è di ben altra dimensione. È stata talmente sui generis che, a differenza di altre, permane ancora e diventa modello di vita per migliaia di suoi seguaci diffusi in ogni angolo della terra». Anche perché «l’anticonformismo di Francesco non lo si può spiegare se non si va al momento cruciale della sua vita, quando disconosce il proprio passato e sfidando i benpensanti dell’epoca — compagni di vita, autorità civili, ecclesiastici, la stessa sua famiglia — si butta nell’avventura che lo porterà a vivere il Vangelo sine glossa». Insomma, egli «sperimenta la bellezza del Vangelo che vissuto “senza se e senza ma” trasforma la propria vita e per contagio anche quella altrui». E in tale contesto è eloquente la pagina in cui l’autore «accenna al passaggio dal dissidio interiore che tormentava il giovane Francesco, alla pace dell’anima provata nell’abbracciare i lebbrosi». Da quel momento la sua vita fu «guidata solo dal Vangelo, vissuto nella sua radicalità», portando «una rivoluzione nella Chiesa e nella stessa società i cui effetti perdurano ancora: non più il dito rivolto contro gli altri — ha chiarito con un’immagine efficace — ma contro se stessi».
Insomma, è la conseguenza per l’arcivescovo Becciu, il poverello di Assisi «si mostra contro il suo tempo» e «non contro la Chiesa» o «contro la gerarchia». Egli non «rinnova la guerra» — ha aggiunto spiegando il significato della parola “ribelle” — ma «riforma per dare un ordine nuovo, una forma migliore, per trasformare una situazione, una società, col suo esempio. Proprio dal suo vissuto gli viene autorevolezza e venerazione. Con Dio, scelto come suo unico ideale e come sua unica ricchezza, gli viene logico contestare l’opulenza dei ricchi abbracciando la povertà, superare le barriere discriminatorie allargando il suo amore verso tutti, distinguersi dai contestatori del tempo inchinandosi alle disposizioni dell’autorità ecclesiastica, vista come espressione della volontà di Dio». Da «vero restauratore, suo desiderio è riportare allo stato originale l’immagine e la somiglianza divina in quanti incontra e ritiene fratelli, per rimettere in vita gli spiriti affranti, ripristinare valori, ristabilire un mondo migliore». Ecco perché «san Francesco ancora oggi ci provoca e ci insegna a non presupporre la bellezza del Vangelo, ma a vivere le sue pagine con radicalità».
In conclusione il presule ha citato le parole che il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, scrive nella prefazione: «Assisi è un santuario speciale, perché normalmente nei santuari si va a chiedere una grazia, un miracolo. Ad Assisi no, ad Assisi si va per incontrare Francesco... un uomo che ha vissuto il Vangelo. Direi che ci si va per incontrare il Vangelo stesso, sine glossa».
L'Osservatore Romano, 13-14 marzo 2018.