lunedì 16 aprile 2018

Madagascar
La beatificazione di Lucien Botovasoa. Testimone della gioia
L'Osservatore Romano
Uno «straordinario modello di vita cristiana e sociale», un «autentico maestro di vita buona: buon cittadino, padre affettuoso, sposo premuroso». Così è stata sintetizzata la figura di Lucien Botovasoa durante la messa di beatificazione celebrata domenica 15 aprile in Madagascar. Lucien morì martire — ucciso in odium fidei il 16 aprile 1947 durante la rivolta per l’indipendenza del Paese — ma non è solo la straordinarietà della sua testimonianza finale a essere esemplare: a essa si aggiunge la straordinarietà di una vita normale, semplice, vissuta cristianamente nella quotidianità.A tracciare il profilo del nuovo beato è stato il cardinale Maurice Piat, vescovo di Port-Louis, che ha presieduto, in rappresentanza di Papa Francesco, il rito celebrato nel piccolo villaggio di Vohipeno dove Lucien Botovasoa nacque nel 1908. Il porporato ha letto l’omelia preparata per l’occasione dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, il quale ha dovuto rinunciare alla partecipazione a causa di uno sciopero aereo.
Nel ripercorrere la biografia di Botovasoa, ci si accorge immediatamente di trovarsi di fronte a «un’intelligenza brillante»: diplomatosi nel collegio dei gesuiti di Fianarantsoa, divenne subito istitutore parrocchiale a Vohipeno, poliglotta, sportivo, musicista. Un cristiano «convinto ed entusiasta» che decise di vivere la santità nella vita matrimoniale. A ventidue anni sposò Suzanne Soazana, dalla quale ebbe otto figli. Un tratto, soprattutto, emerge dai ricordi di chi lo ha conosciuto: la «gioia». Una gioia dichiarata da un volto «sempre sorridente».
Nell’omelia si descrive come, abbracciata la scelta francescana dell’ordine secolare, Lucien la vivesse con entusiasmo: abbandonò i bei vestiti, digiunava due volte a settimana, dedicava molte ore notturne alla preghiera: «Francescano nell’anima è sempre gioioso, prega continuamente, dovunque vada ha sempre il rosario in mano». La testimonianza cristiana del beato venne data nei piccoli gesti di ogni giorno, dall’esempio di una vita onesta e generosa: «Non perdeva mai la pazienza — ha detto il cardinale Piat — e sembrava impermeabile alla collera. La sua semplice presenza era un rimprovero per i malvagi».
«Uomo giusto e libero» fu arrestato e condannato a morte. Prima di essere decapitato, riuscì a perdonare chi lo uccideva e a profetizzare la conversione al re Tsimihono che lo aveva fatto incarcerare. Cosa che avvenne diciassette anni dopo.
Proprio la tragica fine terrena del beato Lucien ha lasciato un’eredità preziosa a ogni cristiano: «Egli ci insegna a vivere integralmente il Vangelo, che è il libro della vita e non della morte, dell’amore e non dell’odio, della fraternità e non della discriminazione. Il Vangelo è il libro della verità e non dell’ignoranza». Soprattutto ha lasciato l’eredità del perdono: «il perdono anche dei nemici, e l’invito a vivere in fraternità e in pace con tutti». Guardando a questo padre di famiglia «di una bontà sovrumana e di una fede incrollabile», l’omelia letta dal cardinale Piat si è conclusa con l’invito a imparare «a vivere con gioia e in armonia la nostra vita familiare e sociale».

L'Osservatore Romano, 16-17 aprile 2018