lunedì 16 aprile 2018

Svizzera
Convegno su Carlo Maria Martini. La Scrittura e la città
L'Osservatore Romano
- Sullo sfondo degli Esercizi spirituali (Bruno Forte)
- Il legame tra la pagina biblica e la vita (Luciano Manicardi)
La Scrittura e la città. Si è aperto il 16 aprile a Lugano, presso la facoltà di teologia, il convegno internazionale «Carlo Maria Martini, la Scrittura e la città» che si concluderà il 18 aprile. Pubblichiamo l’inizio della relazione introduttiva dell’arcivescovo di Chieti-Vasto e stralci di quella del priore di Bose. All’iniziativa partecipano, tra gli altri, Carlo Casalone (Fondazione Carlo Maria Martini), Maurice Gilbert (Pontificio istituto biblico), Damiano Modena, già segretario del cardinale, Cristiana Dobner (carmelo di Concenedo di Barzio) e Piergiacomo Grampa, vescovo emerito di Lugano. Concluderanno i lavori Adriano Fabris (università di Pisa) e Marcello Fidanzio (facoltà di teologia di Lugano). Alla tavola rotonda che chiude il primo giorno sul tema «Parlare a tutti. La Bibbia nello spazio pubblico» partecipano Ferruccio de Bortoli, già direttore del «Corriere della Sera», Carlo Ossola (Collège de France) e Pierangelo Sequeri (Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II).
Sullo sfondo degli Esercizi spirituali 
Bruno Forte
«Dei verbum religiose audiens et fidenter proclamans»: “In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia” vive la Chiesa. È con queste parole che si apre la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione del concilio ecumenico Vaticano II.
Esse potrebbero ben esprimere il compito fondamentale cui ha consacrato la propria vita Carlo Maria Martini: discepolo innamorato e fedele di Gesù, Parola vivente di Dio, egli ha inteso seguire il maestro «in religioso ascolto» della sua parola, sulle orme di sant’Ignazio di Loyola, alla cui scuola è andato formandosi sin dalla giovinezza.
L’ispirazione ignaziana della spiritualità e del pensiero di Martini si coglie nel richiamo costante alla presenza di Dio e nell’impegno a misurare su di essa la verità delle scelte e dei comportamenti, come pure in un preciso metodo di ricerca e di riflessione, che il fondatore dei gesuiti ci ha consegnato attraverso il prezioso strumento degli Esercizi spirituali. Il riferimento al Dio presente e vicino, tale anche quando la sua presenza si avvolge di silenzio, è reso da un’idea, centrale nella spiritualità e nella lingua di Ignazio: quella della riverenza. Si tratta del rispetto profondo, che nei confronti dell’Altissimo si fa adorazione e che investe il rapporto verso ogni creatura. Vi accenna già il principio e fondamento degli Esercizi: «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima». Ne sviluppa il significato e le conseguenze la contemplazione per ottenere l’amore, che nella quarta settimana degli Esercizi intende educare a un sempre vigile riconoscimento del dono dall’alto in tutto ciò che esiste.
Carlo Maria Martini ha vissuto questa «riverenza» in maniera radicale nei confronti di Dio, ascoltato e amato nella sua Parola: sta qui la radice ignaziana della sua spiritualità biblica, del suo amore alla Sacra Scrittura e della sua proposta circa il primato da dare all’ascolto della rivelazione divina e alla conseguente «dimensione contemplativa della vita». Tutto nasce dal fare esperienza dell’ineffabile vicinanza divina, educandosi a percepire le mozioni interiori con cui lo Spirito guida i credenti, grazie a un costante impegno di unione con Dio. Chi ha conosciuto Martini sa quanto intensa e profonda fosse in lui questa riverenza, al tempo stesso docile e inquieta, luminosa e oscura. Il rispetto adorante dovuto alla divina presenza nella Parola rivelata — e dunque alla Dei loquentis Persona (Karl Barth) — era un atteggiamento costante in lui, la sorgente continua di ispirazione e di luce per il suo discernimento e il suo impegno.
La riverenza verso il divino spiega anche la cura con cui Martini accostava il testo biblico e fa capire perché egli non si fermasse mai a una lettura meramente filologica delle Scritture, ma avvertisse l’urgenza di nutrirsi a molteplici livelli della Parola di vita, affinché essa inondasse della sua luce tutti gli spazi dell’anima. Prima di proporla al suo popolo come via di un rinnovato incontro con la Bibbia, Martini aveva a lungo sperimentato la fecondità della lectio divina, della lettura pregata del testo biblico, animata dall’intenzione di trovarvi ragioni di vita e di speranza per sé e per tutti. Il grande biblista e pastore ha insegnato a perseverare nell’ascolto anche quando sembra che la Parola letta non ci dica niente: il rispetto riverente verso il mistero santo ci aiuterà a comprendere come Dio parli anche nel silenzio.
Nell’approccio alla Bibbia Martini valorizza gli insegnamenti di Loyola: come ha osservato Roland Barthes «la lingua che Ignazio vuol costituire è una lingua dell’interrogazione... Gli Esercizi sono il libro della domanda, non della risposta». È questo che li rende così moderni, sempre così attuali ed è questo che ne fa cogliere il centro e il cuore nella fatica del discernimento: «Discernere è distinguere, separare, scartare, limitare, enumerare, valutare, riconoscere la funzione fondatrice della differenza; la discretio, parola ignaziana per eccellenza, designa un gesto così originale che si può trovare applicata tanto a comportamenti (nel caso della praxis aristotelica) e a giudizi (la discreta caritas, carità chiaroveggente, che sa distinguere) che a discorsi». Questa ricerca del discernimento, però, non si spinge mai alla forzatura, alla violenza sul testo: Ignazio vuole a tal punto la volontà di Dio, da accettare e amare perfino il suo silenzio: «Frutto finale e difficile dell’ascesi — osserva ancora Roland Barthes — è il rispetto, l’accettazione reverenziale del silenzio di Dio, l’assenso dato non al segno, ma al ritardo del segno».
Come Ignazio, così il suo discepolo: Martini sa interrogarsi e interrogare fino in fondo, ma non affretta la risposta, non la impone. Sa disporsi all’attesa umile e perseverante della fede: ciò che conta, più ancora che comprendere la volontà di Dio, è mettersi nelle condizioni di comprenderla.
Non si sbaglierebbe, allora, nell’affermare che il senso dell’intero insegnamento di Martini nei confronti della Sacra Scrittura consista nello sforzo di educare tutti e ciascuno al discernimento della volontà di Dio e, perciò, in una pedagogia della fede che domanda, ascolta e aspetta nell’umile docilità del cuore. Stare «al cospetto di Dio nostro Signore e di tutti i suoi santi per desiderare e conoscere quel che sia più gradito alla sua divina bontà» (Esercizi, seconda settimana): è questo l’atteggiamento fondamentale, che traspare dal magistero del grande biblista e pastore al tempo stesso come testimonianza e proposta di vita per porsi autenticamente davanti alle Scritture.
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Il legame tra la pagina biblica e la vita
di Luciano Manicardi
In diversi interventi il vescovo e cardinale Martini ha mostrato la convinzione dell’importanza della lectio divina per la vita cristiana: di fronte alla «dissociazione tra la fede e la vita quotidiana», la lectio divina, «tesa a calare la fede nel quotidiano», che «consiste in una lettura di una pagina biblica che tende a diventare preghiera e a trasformare la vita», non si presenta «come un esercizio spirituale come tanti altri! No, è il modo di vivere il cristianesimo».
Nel suo intervento «Lectio divina e pastorale» (1986), egli afferma con forza: «Chi vuol diventare maturo nella fede deve abituarsi alla lectio divina quotidiana» perché «essa è una realtà senza la quale noi non saremmo cristiani autentici in un mondo secolarizzato». Convinto dell’importanza della lectio divina anche sul piano pastorale, egli propone l’antico metodo della lectio scaglionato nelle quattro fasi della lectio, meditatio, oratio e contemplatio, completandole con i quattro momenti della consolatio, discretio, deliberatio e actio. Egli scrive: «Se studiamo attentamente i Padri della Chiesa che ci insegnano questo metodo di approccio alla Scrittura, ci accorgiamo che il processo dinamico comprende altri quattro momenti: consolatio, discretio, deliberatio e actio».
Dalla gioia nello Spirito di fronte alla contemplazione del mistero di Cristo (consolatio), nasce il discernimento (discretio) di ciò che è conforme al vangelo, quindi la decisione (deliberatio), la scelta di vita che sfocia nell’azione (actio), l’azione evangelica, l’azione di carità. La ripresa di questi momenti sottolinea l’intento di Martini di evidenziare «come non ci sia distacco tra lectio e vita; la vita evangelica nasce proprio dalla lectio».
Ma accanto a questa metodologia tradizionale ripresa da Martini, egli enuncia tre principi importanti per ogni lectio divina: l’unità della Scrittura, per cui, nella pluralità dei libri, essa è un libro unico che annuncia l’unico mistero della salvezza che, ultimamente si sintetizza nella persona di Gesù Cristo; l’umanità o esistenzialità della Scrittura, che parla all’uomo e dell’uomo di sempre, all’uomo in quanto tale; la dinamicità della Scrittura che spinge l’uomo verso il futuro portandolo a riprendere la vita ogni giorno con una nuova speranza.
È tenendo presenti questi punti che propongo una lectio sul brano biblico di Marco 5, 1-20, l’episodio intitolato, nella Bibbia di Gerusalemme, L’indemoniato geraseno. Ho scelto questo testo avendo presente un testo di Martini che non è una lectio divina ma l’intervento tenuto al convegno internazionale «La cittadinanza è terapeutica. Confronto sulle buone pratiche per la salute mentale» svoltosi a Milano dal 15 al 17 aprile 2002. Di fronte a un consesso di psichiatri, psicologi e pazienti, Martini lesse un brano biblico che presenta notevoli problematicità dal punto di vista ermeneutico riuscendo a far brillare con poche pennellate quella antica e, per certi aspetti, folkloristica e perfino grottesca pagina evangelica, davanti agli occhi e nei cuori di tanti contemporanei. Mostrando appunto il legame tra la pagina biblica e la vita che la lectio divina sa far emergere.
Il criterio dell’umanità delle Scritture appare qui con evidenza. Una pagina antica che tratta di un indemoniato diventa capace di parlare oggi di problematiche legate alla salute mentale. Il criterio dell’umanità o esistenzialità della Scrittura può anche essere espresso con le parole di un altro grande maestro dell’esegesi biblica, Alonso-Schökel. Questa dimensione risiede anzitutto «nella radicale unità e somiglianza di tutti gli uomini, orientali o occidentali, antichi o moderni. Se ognuno di noi scende alla profondità del sostantivo, troverà semplicemente l’“uomo”; il quale poi, nella sua realizzazione storica e individuale si diversifica con tanti aggettivi, a diversi piani di essenzialità o accidentalità. Buona parte del linguaggio biblico è vicino a questa semplicità e radicalità umana (…) e parla un linguaggio umano, semplicemente umano, radicalmente umano».
Questo personaggio va incontro a Gesù, quasi attratto dalla sua personalità, e in questo suo andare da Gesù mostra la sua sete di relazione, di vita, ma una sete che si esprime in modo impetuoso, aggressivo, che suscita più paura che simpatia. Egli desidera incontrare Gesù, ma le sue parole risuonano come minaccia e quasi incitano a respingerlo e ad allontanarsi da lui. Possiamo chiederci: cosa ascolta Gesù? Le parole che l’uomo pronuncia? Il linguaggio corporeo violento e aggressivo? O la sofferenza profonda di quell’uomo? Gesù ascolta la sofferenza e così rimane accanto a quell’uomo, non lo priva della sua presenza. Annota Martini: Gesù non fugge la «tensione che si genera nell’incontro con la sofferenza dell’altro». Gesù non si sottrae alle tensioni profonde che l’incontro con questa persona suscita: egli accoglie le urla e le invettive dell’uomo, non fugge di fronte alla violenza verbale, non si lascia intimidire dalla pericolosità dell’uomo o bloccare dall’espressione esterna del malessere, ma ascolta la sofferenza da cui nascono le grida che proclamano il rifiuto della sua persona sentita come una minaccia: «Non tormentarmi!» (Marco 5, 7); «Sei venuto a rovinarci!» (Marco 1, 24). Significativamente, gli atteggiamenti di difesa e di non coinvolgimento che la società ha mostrato nei suoi confronti, sono ora gli atteggiamenti che il malato oppone a Gesù.
Gesù guarisce questa persona non in modo magico, ma con l’arte e la fatica dell’incontro e del dialogo. Gesù scaccia i demoni «con la parola» (Matteo 8, 16): la sua azione terapeutica avviene all’interno di un colloquio. E, come in un dialogo terapeutico, Gesù inizia chiedendo il nome alla persona (Marco 5, 9), cerca cioè di far emergere la sua identità personale, di restituirla a se stessa. Per Gesù la malattia non espropria la persona della propria identità (il malato non è, un caso, non è, per esempio, “un Alzheimer”). E Gesù tenta di ricondurlo alla sua identità personale, e gli “chiedeva”, insistentemente, più volte, all’imperfetto, il nome. Cerca di liberarlo dall’impersonalità dell’essere un «posseduto da spirito impuro».
Lucida e penetrante l’ermeneutica di Martini: «Viene in mente l’utilizzo corretto e competente dello strumento del colloquio, ovvero di quello specifico momento clinico nel quale lo psicoterapeuta, lo psichiatra, lo psicologo, l’educatore, l’infermiere, l’assistente sociale, il terapista della riabilitazione instaurano una relazione personale con la persona sofferente e sanno partire dal suo nome per costruire con lui un progetto di cura che tenga conto della sua singolarità, non principalmente dei modelli teorici, delle linee guida, delle scuole di pensiero». Dal chiedere il nome evangelico al «costruire, da parte dell’operatore sanitario, un progetto di cura insieme con il paziente che tenga conto della sua singolarità». Perché se ogni malattia spersonalizza il malato, ogni malato personalizza la malattia la quale ha un suo innesto biografico e psicosomatico peculiare. Ovvero, la malattia, è rappresentazione dell’unicità di ogni essere. Parlare di cura significa prendere sul serio questa unicità individuale della persona da curare. E la terapia avviene in un contesto relazionale. Come se Gesù stesse mettendo in atto, e questo avviene anche in molti racconti di guarigione, una clinica della relazione.
Nessuna traccia in Gesù dei riti e dei formulari magici usati dagli esorcisti pagani, né egli fonda l’efficacia della sua azione sulle formule deprecatorie e sull’apparato di parole e gesti esorcistici conosciuti presso i giudei. Anzi, nel nostro testo, le armi classiche usate dagli esorcisti di mestiere sono da Marco poste in bocca al demone: è il posseduto che grida la formula tecnica dell’esorcismo ellenistico «ti scongiuro» (orkízo se: cfr. Atti degli apostoli 19, 13), che chiama per nome il suo avversario e lo scongiura «in nome di Dio» (letteralmente “per Dio”, tòn theón) di non tormentarlo (mé me basaníses): i ruoli sono invertiti, il demone esorcizza Gesù.
L’azione terapeutica di Gesù si situa sul piano relazionale e della parola, del dialogo e dell’incontro personale. Annota Martini: «Nel colloquio avviene l’incontro tra almeno due persone che si svelano reciprocamente, l’una coi bisogno di stare bene, l’altra col bisogno di capire e aiutare. È il luogo dove colui che si prende cura, affina la capacità di “prescrivere se stesso come farmaco”, mettendosi in gioco con i suoi pensieri e i suoi sentimenti». In quel «prescrivere se stesso come farmaco» è presente, ed esplicitato da Martini, il riferimento allo psicoanalista ungherese Michael Balint, allievo di Sándor Ferenczi, che studiò tra l’altro i fattori relazionali e della partecipazione affettiva del terapeuta nel processo di cura.
Con intelligenza profonda della relazione paziente-terapeuta Martini annota: «Ci si pone accanto alla persona sofferente come possibili “custodi del segreto” nell’ascolto del mondo intimo dell’altro, lacerato da blocchi e contraddizioni, ma anche incredibilmente provocatorio nei confronti del curante. Nel colloquio, ciascuna delle persone coinvolte è come portata a entrare nel mistero dell’altro — perché anche il malato mentale comprende molte cose intime dell’operatore che si avvicina a lui — e non può abdicare alla questione del senso». Se lo spazio della guarigione, secondo il testo evangelico, è la relazione, se è dall’incontro con Gesù che questa persona conosce una trasformazione della sua vita, il colloquio terapeutico mostra la sua qualità etica nell’essere un evento a due che incide sul paziente come sul terapeuta. Dalla struttura dei cosiddetti “miracoli” evangelici che è sempre dialogica (intendo i racconti di guarigione), si passa alla struttura dialogica del colloquio terapeutico. Di nuovo, siamo di fronte alla straordinaria capacità di passare dalla pagina biblica alla vita, dal passato all’oggi, senza violentare il testo biblico, anzi fondandosi su un’accurata esegesi che non traspare nel suo faticoso farsi.
Qui siamo oltre le fasi di lectio e meditatio, di oratio e contemplatio, qui siamo all’educazione dell’umano alla luce della rivelazione evangelica, siamo alla discretio, al discernimento che porta a riconoscere ciò che è conforme al vangelo, siamo di fronte alla deliberatio e alla actio, alla decisione di comportamenti e atteggiamenti, nel caso specifico, nei confronti di persone malate nella psiche, che siano umani ed evangelici, ispirati alla prassi di umanità di Gesù di Nazaret.
La lectio di Martini ha anche una dimensione sociale, è la lectio di un pastore, si situa coscientemente al cuore della città, e questo emerge con forza nella lettura del brano di Marco che apriva un convegno dedicato alla “cittadinanza terapeutica”. La parte dell’intervento di Martini dedicata al problema della cittadinanza commenta la parte del brano evangelico più pittoresca e folkloristica con l’episodio degli spiriti impuri che entrano nella mandria di duemila porci i quali si precipitano in mare affogando. Richiami alla situazione sociopolitica erano già presenti nel nome “Legione” del demone, che certo indica la scissione della personalità che è molteplice, frantumata, ma che è anche un’allusione all’armata ostile dell’invasore romano che occupava quella regione; così come abbiamo visto che all’uomo erano precluse le relazioni sociali e doveva vivere nel luogo della non relazione per eccellenza, il cimitero. Ora, come interpretare il bizzarro episodio della mandria di porci? Martini lo fa con estrema naturalezza: «La guarigione profonda dell’uomo chiede un prezzo — duemila animali sono una ricchezza non indifferente — a quella stessa società civile che non ha saputo accoglierlo, perché il benessere di una persona nella collettività è un fatto che investe tutti, che chiede tempo, energie, risorse, attenzione per il suo reinserimento sociale».
L'Osservatore Romano,16-17 aprile 2018